Donne (e uomini) con la sindrome dell’impostore

Se vi capita mai di sentirvi inadeguati, non all’altezza della posizione che ricoprite, assaliti da mille dubbi sulle vostre capacità nonostante i buoni risultati, in una parola degli impostori… Benvenuti! Sappiate di essere in ottima compagnia.

Pare che verso la fine della sua vita, Albert Einstein confidò ad un amico: “L’esagerata stima in cui è tenuto il mio lavoro mi mette molto a disagio. Mi porta a considerare me stesso una sorta di truffatore involontario”. Altre persone di cui potreste aver sentito parlare e che condividono l’esperienza di sentirsi degli impostori sono: Michelle Obama (diplomata a Princeton e Harvard, avvocato, First Lady), Sheryl Sandberg (CEO di Facebook), Tom Hanks (attore, produttore cinematografico), Sonya Sotomayor (giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti), Howard Schultz (CEO di Starbucks). Ed insieme a loro, circa 7 persone su 10, secondo studi recenti.

Stabilito che non siamo niente di speciale, neanche in questo (scherzo), vediamo di capire cos’è la “sindrome dell’impostore”. Teorizzata per la prima volta alla fine degli anni ‘70 da due psicologhe statunitensi, Clance and Imes, la sindrome dell’impostore descrive una condizione di bassa autostima, mancato riconoscimento delle proprie capacità e risultati, tendenza a sovracompensare supposte deficienze.

Sebbene non sia una patologia riconosciuta formalmente, è comunemente condivisa e studiata dalla comunità scientifica. Le sue caratteristiche principali includono la tendenza a dubitare di sé stessi, che si traduce in un continuo ripetersi o spiegare agli altri che: “non sono capace”, “non sono abbastanza brava”, “non sono portato per queste cose”, “non mi sento all’altezza”, “tanto non ci riesco”, spesso con la conseguente rinuncia a compiti o posizioni senza neanche fare un tentativo. Altra caratteristica ricorrente è il non riconoscere le proprie capacità o risultati, come lo studente che sosteneva sempre di “aver indovinato” tutte le risposte, o la donna che non poteva neanche accettare un complimento da un’amica senza farci su una battuta: “Come stai bene oggi!” “Eh sì, guarda, una modella…”. Altro aspetto comune è l’attribuzione dei propri successi a cause esterne: “sono stata fortunata”, “si vede che non c’era nessuno di meglio”, “le domande erano facili”, o lo sminuire gli stessi: “sì, ma poteva andare meglio”, “avrebbe potuto farlo chiunque al posto mio”, “tanto non fa nessuna differenza”. In alcuni casi, al contrario ci si pone obiettivi impossibili per sovracompensare le paure, per cui per dimostrare di essere all’altezza degli altri diventa necessario ottenere risultati del tutto eccezionali, oppure si compie un’opera di auto-sabotaggio, ponendosi degli obiettivi impossibili così da non correre il rischio di raggiungerli e mostrarsi capaci. Infine, la paura, strisciante e onnipresente, che gli altri prima o poi “si accorgano che non sono all’altezza”.

Per diversi decenni la sindrome dell’impostore è stata attribuita quasi esclusivamente alle donne, ma studi recenti hanno modificato questo dato, osservando una distribuzione oggi quasi equa tra donne e uomini, con una leggera maggiore frequenza tra le donne ed in particolare tra donne appartenenti a gruppi etnici minoritari.

Come si arriva a soffrire della sindrome dell’impostore e perché essa è stata inizialmente riferita quasi esclusivamente alle donne, sono aspetti interessanti di questo fenomeno. Alla base di quello che fondamentalmente è un atteggiamento negativo verso sé stessi, possono esserci tratti di personalità, ad es. perfezionismo o nevroticismo, o esperienze passate, come l’essere cresciuto con genitori o in un ambiente scolastico particolarmente rigidi, esigenti o competitivi.

Oppure, si può ipotizzare una sorta di sindrome dell’impostore indotta.

Al di là dei tratti di personalità individuali, si fa strada l’ipotesi che un atteggiamento riscontrato sul posto di lavoro, nell’istituzione scolastica, se non nella società in generale, induca gli appartenenti ad alcuni gruppi minoritari a dubitare di sé, delle proprie capacità e dei risultati raggiunti. Secondo un interessante articolo apparso sulla Harvard Business Review di febbraio, è l’atteggiamento di sfiducia e scarsa valutazione che alcuni individui riscontrano da parte di colleghi, insegnanti, ecc. a determinare una reazione di autosvalutazione. In questo senso, la sindrome dell’impostore sposterebbe sull’individuo un problema che è in realtà sistemico, frutto di pregiudizi basati su genere, razza, età o altro. Non sarebbero quindi le donne ad essere particolarmente soggette alla sindrome dell’impostore, quanto piuttosto più frequentemente bersaglio di messaggi negativi e svalutanti, che le portano a dubitare di sé oltre i limiti del comune e sano nervosismo di fronte ad un compito. Questa ipotesi spiegherebbe tra l’altro la maggiore incidenza della sindrome dell’impostore tra le donne di colore. Lo stesso discorso varrebbe allora per quanti appartengono a gruppi etnici minoritari, per coloro che tendono ad essere considerati ‘troppo giovani’ o ‘troppo vecchi’, per chiunque sia soggetto a discriminazione sulla base di una o più caratteristiche svalutate dalla cultura occidentale contemporanea. Non ci vuole molto per figurarsi un lungo elenco.

Va quindi innanzitutto fatta una distinzione nella statistica che indica una prevalenza della sindrome in 7 persone su 10. Se infatti possiamo riconoscere l’esistenza di sentimenti pressoché universali di inadeguatezza e leggera ansia sul posto di lavoro o negli studi superiori, soltanto per alcuni questi si tramutano in una condizione di disagio e sofferenza con conseguenze importanti sull’autostima e sulla capacità di funzionare dell’individuo. In questi casi, a prescindere se il disagio sia dovuto alla storia personale od alla risposta dell’ambiente, il danno resta ed il disagio che le persone sperimentano è reale. Credo però sia necessario ipotizzare percorsi diversi per i diversi casi: mentre una terapia è necessaria per chiunque sperimenti sentimenti di bassa autostima, abbia difficoltà a riconoscere i propri meriti o risultati, metta in atto strategie di autosabotaggio, per molti sarà fondamentale una presa di consapevolezza delle discriminazioni sistemiche cui si è soggetti e dell’effetto che le continue micro-aggressioni, che diventano parte del quotidiano, hanno sull’umore, la fiducia in se’, la capacità di progettare e realizzare nuovi progetti di lavoro e di vita.  

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