Lo stress per gli expats

La condizione di expats espone a numerose fonti di stress, che, se intenso e prolungato nel tempo, può portare alla luce disagi profondi o creare nuove criticità. In questo articolo presento un excursus sulle più comuni fonti di stress per gli expatriates, combinando quanto riportato in letteratura con quanto emerso dalla mia esperienza professionale e personale. Proseguo elencando brevemente le possibili conseguenze di questi stress prolungati. Infine, offro una descrizione del ruolo del counseling per superare i momenti di maggiore difficoltà.

La prima, e io credo fondamentale, causa di stress per l’expat è la perdita della rete di supporto sociale. Ognuno di noi, per quanto con grado e consapevolezza diversi, fa affidamento su una rete di supporto formata da relazioni significative, che siano familiari, amicali, o parte della struttura sociale della comunità in cui si vive. Il trasferimento all’estero determina se non la rottura, comunque l’estrapolazione da quella rete, col risultato di privare di supporto l’expat proprio nel momento di maggior bisogno di sostegno.

Una seconda causa di stress profondo è data dalla difficoltà di comunicazione, qualora non si abbia una piena padronanza della lingua del nuovo paese. Al di là delle difficoltà pratiche facilmente immaginabili, l’impossibilità di comunicare con altri in modo veloce ed efficace porta ad una sensazione di perdita di potere personale, spesso rinforzata dalla reazione di parte della comunità madrelingua, che tenderà, più o meno intenzionalmente, a sminuire lo status sociale dell’expat non ancora in grado di esprimersi correttamente. Una comprensibile lentezza nella comprensione/produzione in una seconda lingua comporta per molti expats un senso di alienazione, che impatta negativamente la socialità, fino a spingere all’evitamento di situazioni di interazione con altri. Mi viene in mente l’esempio dello studente che descriveva il senso di confusione e isolamento vissuto non tanto durante le lezioni, ma in occasione delle pause tra una e l’altra, quando si trovava seduto al centro della classe, all’incrocio tra diverse conversazioni, senza riuscire a prender parte a nessuna di esse. Come conseguenza, preferiva isolarsi leggendo o disegnando o addirittura lasciare l’aula con una scusa, piuttosto che rivivere quotidianamente quella situazione. O la donna che, invitata frequentemente a cena dai nuovi colleghi del marito, si trovava puntualmente seduta a tavola con un gruppo di estranei sorridenti che aspettavano una sua risposta ad un commento che non aveva compreso, per di più con il marito premuroso che le chiedeva “ma, hai capito?”. Una situazione che si potrebbe immaginare come una scena imbarazzante ma comica in un film, ma che se riproposta in un contesto di insicurezza e senso di isolamento si tramutava in un vero e proprio disagio, tanto da farle paventare simili occasioni e indurre una forma di ansia sociale. Questo tipo di disagio tende purtroppo a cronicizzarsi in alcuni casi, in quanto limita proprio le attività che potrebbero facilitare l’uscita dall’isolamento; si viene così a creare un circolo vizioso

Ovviamente vanno tenute in considerazione anche tutte le piccole e grandi difficoltà pratiche e burocratiche che costellano la vita dell’expat, soprattutto nei primi tempi. Ottenere un visto o un documento di identità, convertire una patente o un titolo di studio o professionale, stipulare un contratto d’affitto o di lavoro, si trasformano spesso e volentieri in odissee che assorbono tempo ed energie e causano alti livelli di frustrazione, oltre a complicare considerevolmente la vita quotidiana. Finanche l’adattamento a nuovi ritmi e abitudini che impattano la quotidianità, può essere per alcuni causa di stress, come il consumare i pasti ad “orari impossibili” o la “fine della giornata alle sei di pomeriggio”.

In tutte queste situazioni, lo stress percepito tende ad essere maggiore se il trasferimento è “subito” piuttosto che scelto, come nel caso di chi si sposta al seguito di un’altra persona (marito, moglie, genitore), o anche di chi subisce una decisione presa da altri, ad esempio un trasferimento di lavoro imposto dall’alto o l’impossibilità di trovare un’occupazione in patria. La mancanza di una motivazione diretta al trasferimento fa sentire più acutamente le difficoltà del cambiamento, che vengono invece tollerate meglio da chi ha una forte motivazione o riceve un rinforzo positivo, in termini di avanzamento di carriera, miglior stipendio, o semplicemente di ottenere il cambio di scenario desiderato. In molti casi, non è raro che la disparità nel modo in cui la nuova situazione viene vissuta possa portare ad un risentimento all’interno della coppia o del nucleo familiare, con conseguente aumento di tensione e isolamento.

Lo stress che ha l’impatto più forte è però dato dalle aspettative deluse. In molti casi ci si trasferisce per sfuggire ad una vita che non ci piace, con l’idea di trovarne una migliore altrove. Dopo un primo periodo di “luna di miele” con il nuovo paese, arriva la consapevolezza che anche la nuova sistemazione presenta i suoi lati negativi o, ancor più facilmente, ci si accorge che i problemi cui si voleva sfuggire ci hanno seguito. Con questo non voglio dire che qualunque cosa noi facciamo nulla cambia. Al contrario, vivere in un’altra cultura e venire a contatto con persone diverse sono esperienze che ci cambiano profondamente, il più delle volte in modo positivo, e possono cambiare la nostra prospettiva anche su problemi o relazioni del passato. Tuttavia, esistono problematiche che sono intimamente legate al se’ più profondo, che non vengono alleviate dallo sperimentare un contesto diverso, ma al contrario possono essere acuite dall’esposizione prolungata agli stress di cui si parlava.

Le conseguenze più comuni agli stress vissuti dagli expatriates sono un generale senso di insicurezza o inadeguatezza, e un senso di solitudine che può acuirsi fino a diventare isolamento, alienazione. Queste si sommano alle già menzionate perdita di potere personale/status sociale e difficoltà di comunicazione. In alcuni casi, la frustrazione comune ai più può crescere fino a portare a stati d’ansia, insonnia abbastanza prolungata da alterare significativamente il ritmo sonno-veglia, depressione. Alcuni studi hanno mostrato anche un aumento dell’uso di medicinali, alcolici e sostanze stupefacenti.

In questi casi, o ancor meglio prima di arrivare ad un disagio diffuso e profondo, si possono prendere alcune misure per combattere stress e isolamento. Prima tra tutte, solo apparentemente banale, la modifica dello stile di vita. Un ritmo circadiano regolare svolge un ruolo importante sul tono dell’umore, per cui la costanza negli orari in cui ci si alza/si va a dormire (a prescindere da quanto si è dormito), la regolarità dei pasti, l’attività fisica almeno un paio di volte a settimana, sono tutti fattori che sono per lo più sotto il nostro controllo e da cui partire per cambiare le cose. È poi utile introdurre nel corso della settimana almeno un’ora o due dedicate ad un’attività ricreativa. Questa dovrebbe essere qualcosa che non ha alcuna utilità se non quella di impegnarsi in qualcosa di piacevole e rilassante: quindi nulla che sia collegato in alcun modo al lavoro, o che sia vissuto come un obbligo, da fare “perché’ fa bene”. Quindi scordate jogging, film impegnati, romanzi sul comodino da tre mesi, trekking o altre attività “nobili”: se vi fanno fatica, non contano come attività ricreativa; l’idea è dedicare un’ora a qualcosa che vi metta di buon umore o almeno vi faccia sentire rilassati.

In molti casi il counseling può fornire il supporto necessario ad attraversare i periodi più difficili. Non mi dilungo qui sulla natura del counseling e sulla differenza tra questo e la psicoterapia, perché è un tema che ho già trattato in un altro articolo su questo Blog. Basterà ricordare che il counseling è un intervento di supporto psicologico a breve termine, particolarmente indicato per superare momenti di crisi, analizzare decisioni difficili in momenti di impasse, o ricevere supporto durante fasi delicate del ciclo di vita. La condizione di expat racchiude in sé tutte queste circostanze, cui si aggiunge di solito un certo grado di isolamento. Il counseling può risultare pertanto particolarmente utile per gli expatriate, in quanto può fornire quel supporto utile a riattivare le proprie risorse interiori, riorganizzare la quotidianità e affrontare il processo di adattamento richiesto all’expat.

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